Elogio della lentezza
mercoledì 27 febbraio 2008
Sono ospite di amici in una bellissima casa colonica sulle colline del Chianti. Quando entra nell’incantevole salotto riscaldato dal fuoco del camino Stefano Fontanesi non mi stupisco nemmeno più.
So che, quando è in Italia, sta da queste parti, e so che abbiamo una curiosa tendenza a incontrarci nei momenti più impensati. Non si stupisce troppo nemmeno lui, anche se temo che per un attimo gli baleni il sospetto di essere vittima di una persecuzione.
Dopo i convenevoli di rito finiamo, ovviamente, a parlare di Mauritius. Scopriamo di condividere la passione per il King Dragon a Quatre Borne e per i dhall puri (piccole crepe di farina di lenticchie ripiene di vari curry e salsine mauriziane) del mercato di Rose Hill ma, soprattutto, per gli strepitosi piattini che offrono, un po’ in tutta l’isola, venditori ambulanti con biciclette, carretti e altri improbabili mezzi di locomozione, e ristorazione. Con due o tre euro si mangia delle vere squisitezze. E finché lo dico io, va beh, ma se lo conferma uno chef di questo calibro!
Stefano mi suggerisce anche un paio di altri indirizzi (da provare immediatamente le paratha di Curepipe, di fronte al famosissimo Poncini, e i samoussa alla fiera del giovedì a Quatre Borne) e mi racconta dei divertenti aneddoti della sua vita di executive chef al Dinarobin.
Si capisce da come parla che è innamorato dei mauriziani e del loro sorriso ma non posso fare a meno di chiedermi se sia andato sempre tutto così liscio. In fin dei conti lavorare in un paese straniero non è sempre facile, sia pure in un’isola così ospitale.
Mi risponde con molta sincerità: “Sono d’accordo, non è mai facile integrarsi quando si va a lavorare in un paese che non è il tuo.
Se in Italia un giorno mi dovessi trovare al lavoro – confessa – un mauriziano che comincia a dirmi cosa devo fare e come lo devo fare… beh, prima di accettarlo fino in fondo dovrebbe dimostrarmi il suo valore. E’ quello che è successo a me, al contrario.
Io ci ho messo quasi due anni a farmi accettare e ad abituarmi ai ritmi comunque un po’ più lenti dei nostri e a dirmi che alla fine vivevano meglio loro andando un po’ più piano di me che mi stressavo per farli andare più veloci. Alla fine ho rallentato io”.
E’ verissimo, credo faccia proprio parte dell’incanto di quell’isola la capacità di trasmetterti ritmi più dolci.
Ho rallentato anche io.
