Tikulu è un ragazzetto dall’aria simpatica. Ha grandi occhi neri, un naso pronunciato e un sorriso contagioso. Si raccoglie i capelli nerissimi in una specie di coda molto alta; la sua amica Lalah dice che sembra che abbia una tarantola in testa e lui ride allegro.
Abita in una bellissima casa di legno, con un’amaca appesa sulla veranda e alberi dai frutti coloratissimi tutt’intorno. Quando va a spasso, un piccolo cagnolino marrone lo segue ovunque. Gli piace moltissimo la sua isola, di cui conosce ogni fiore, ogni frutto e ogni animale, ma gli piace molto anche viaggiare: a Rodrigues, Reunion, in Madagascar…
Nonostante non sia proprio un cuor di leone è molto curioso e così finisce sempre per infilarsi in avventure fantastiche, come sfuggire a uno squalo grazie all’aiuto di un delfino e di una piovra gigante, dare la caccia a un tesoro su un’isola di pirati o combattere contro Kal, la strega del vulcano.
Tikulu è la bellissima creazione della fantasia di Henry Koombes. E quanto di più simile a una guida di viaggio per bambini io abbia mai visto. Nelle storie che illustra con i suoi disegni dai colori pieni e di un’allegria travolgente riesce a descrivere la vita quotidiana e le bellezze di Mauritius in un modo semplice ma non banale, ricco di dettagli, di osservazioni sulla fauna e la flora, di espressioni in creolo. Consigliatissimo!
Se decidete che il genere vi piace, per aiutare a non perdervi neanche una puntata delle avventure di Tikulu, ecco qui la lista, credo completa: Ciclone su Rivière noire, Il tesoro di Tikul, SOS squalo!, Mistero alla cittadella, Meli-melo nella melassa, Tikulu a Rodrigues, Tikulu contro la Nonna Kal, Direzione Nosy Boraha.
Che io sappia non esistono in traduzione italiana, solo in inglese e in francese, ma i disegni sono talmente belli…
Questa volta il video è in olandese, Mauritius en Dolfijnen, girato da LibertyTV, un network che comprende televisioni e agenzie di viaggi online.
Chi ha la fortuna di conoscere la lingua apprezzerà senz’altro il commento, per tutti gli altri, me compresa, che di olandese conosco a malapena qualche parola, le immagini parlano da sole )
La musica, lo sapete, è una mia passione e a Mauritius la musica è nell’aria e nel cuore della gente. Ho scoperto da poco, nelle mie incursioni sul web, una giovanissima cantante mauriziana, Nathalie Seenyen aka Thallie.
Su MySpace e su KotZot ci sono le sue schede e le sue recentissime produzioni.
Io, per il mio blog, ho scelto una cover di un pezzo magnifico degli UB40, Red red wine, arricchito dalla bella voce di Thallie e dai paesaggi dell’Ile.
Però il creolo è proprio un pochino dispettoso.
Come sapete ho una grande simpatia per la cucina, e per alcuni cuochi.
Quindi quando ho scoperto che al Dinarobin Stefano Fontanesi organizza anche un corso di cucina creola non me lo sono fatta ripetere due volte.
Certo, avrei potuto aspettare che si formasse un gruppo di persone sufficiente ad avere il corso in italiano. Ma poi, tutto sommato, perché, quando potevo invece confondere allegramente tutti i nomi delle spezie in inglese, francese e, soprattutto, creolo!?!
Per esempio “ti l’anis”? facile, no? Anice! E invece no: cumino!
Riproviamo: “safran”. Altrettanto facile, no? Esatto, infatti vuol dire… curcuma!
“Gingeli”? Ormai non ci cascate più, non è lo zenzero ma il sesamo.
“Kanel”? Si, ok, questa è proprio la cannella.
Comunque, occhi e naso mi hanno aiutata dove il cervello non ce la faceva, poveretto anche lui! Quindi alla fine della intensa e fruttuosa mattinata avevamo cucinato le squisite frittelline al peperoncino che trovate in vendita anche per la strada un po’ ovunque, dei samosa alle verdure (che a me piace intingere, ma non ditelo a nessuno che non ho ancora capito se è consentito dalla cucina mauriziana, nell’achard di verdure e nel chutney di pomodori, anche loro presenti all’appello della lezione), la zuppa di pesce alla creola e il curry di pollo con gamberetti. Ah! Ovviamente anche l’immancabile rougaille, di cui ho già scritto. Un po’ l’equivalente della nostra pasta al pomodoro, quanto a diffusione sulle tavole mauriziane. Il tutto gustato, al termine, in un divertentissimo pranzo con lo chef.
Risultato finale eccellente, merito dell’insegnante e non dei discepoli. Che se ne sono tornati alle loro casette con un bel fascicolo di ricette da provare ad altre latitudini e un simpatico grembiule da cucina firmato Dinarobin.
E per le difficoltà con il creolo… mia mamma me lo diceva sempre: “non si parla con la bocca piena!”.
Il video è uno spot del Dinarobin, che comunque è sempre un bel vedere, e c’è anche una bella inquadratura di Stefano sorridente
E’ l’alba. La marea si è ritirata e, quasi d’improvviso, decine di figurine dai grandi cappelli di paglia popolano la laguna. Stivali di gomma ai piedi, camminano sulle secche e sui coralli, rischiando di incappare negli aghi dei ricci, nel veleno mortale del pesce pietra o nei morsi delle murene. Hanno in mano una rudimentale fiocina. In alcuni punti l’acqua sfiora appena le caviglie, altre volte raggiunge la vita, incolla addosso gli abiti e rende ancora più faticoso quel passare in rassegna ogni centimetro della barriera per individuare la tana del polpo. Del resto, le guardie della pesca controlleranno proprio che i loro abiti siano bagnati prima di registrare la loro giornata lavorativa.
E’ un lavoro duro, questo delle piqueuse d’ourite, le pescatrici di polpi. Faticoso e poco redditizio. Ma, proprio per questo, molto rispettato a Rodrigues. Le piqueuse tornano a riva solo alcune ore dopo, stanche. Pesano le loro prede, sempre più piccole e meno numerose, perché ormai La mer inn fatiguée, dicono qui. Il mare è stanco. Tanto che il governo sta cercando di creare opportunità diverse per le pescatrici dell’isola, più compatibili con la salvaguardia dell’ecosistema marino, pesantemente danneggiato dal duro lavoro delle piqueuse.
Raccolte in gruppetti colorati sulla riva dimenticano per un momento la fatica scambiando commenti sulla giornata. Poi vendono il loro “raccolto” agli intermediari e, intascate le poche rupie, tornano a casa.
Qualche esemplare lo tengono per sé. Sui tetti delle case stenderanno, come camiciole, i polpi ad asciugare.
Conditi con aglio, zenzero e peperoncino diventeranno un delizioso snack da rivendere ai turisti di passaggio. Aspettando la prossima marea.
Ma che vita facevano gli squali prima di Steven Spielberg? Di certo, chi è nato dopo il famosissimo film americano, o nei dintorni della sua data di uscita, li associa al terrore puro. Persino chi, come me, il film non l’ha mai visto.
Così quando ho scoperto che l’immersione davvero speciale che Jean Michel aveva in serbo per me – “ormai sei pronta, non avrai difficoltà” – era alla Fosse aux requins ho pensato a uno scherzo di cattivo gusto. Io? Condividere uno spazio di mare con quelle creature dai denti aguzzi e dalle pinne inquietanti che-manco-dario-argento?
Ah no!
Poi, quando siamo arrivati al diving centre, a nord, il mare blu a perdita d’occhio su cui sembravano navigare le tre isole di Coin de Mire, île Plate e île aux Serpents, era uno spettacolo troppo emozionante.
“Ok, salgo con voi ma non mi immergo. No, no, non portare nemmeno il mio equipaggiamento, approfitto solo del passaggio in barca. E’ troppo bello qui”.
Esatto. Le ultime parole famose.
“E va bene, mi immergo, ma faccio solo un giretto e poi me ne torno indietro con Valèrie” (un’altra traumatizzata dal giovane Spielberg, NdA).
Pluff! Il panorama è indescrivibile: una specie di Colorado sottomarino, con canyon, vallate e speroni rocciosi, popolato da branchi di pesci chirurgo, pesci angelo, pesci scoiattolo e lutjan. Intanto la corrente si è rafforzata e la sensazione di farsi portare da questa specie di vento subacqueo è bellissima.
Il nostro piccolo gruppetto si ritrova in una specie di ansa rocciosa. Nonostante la maschera mi accorgo che Jean Michel ridacchia dietro il respiratore. Ed ecco lì il motivo! Otto carcharhinus wheeleri, otto elasmobranchii di scogliera dalla coda nera, insomma… otto squali!
Li fisso ipnotizzata. Troppo emozionata per essere spaventata. Ma è un attimo, un colpo di coda e uno dopo l’altro, velocissimi, scivolano fuori dalla conca.
Li abbiamo disturbati.
Poveri squali! Si staranno chiedendo cosa devono fare per essere lasciati in pace se nemmeno la pessima pubblicità hollywoodiana è più sufficiente a tenere lontani i curiosi, per quanto palesemente poco coraggiosi come quell’umana dall’aria inebetita…
Credo nei segni. Soprattutto quando sono belli. E come lo chiamate voi il fatto che io e l’indipendenza, e poi la repubblica, mauriziana siamo nati nello stesso giorno?
Eggià, il 12 marzo è proprio una data importante. Per me e per i mauriziani. Si, beh, sospetto che siate più curiosi delle celebrazioni dell’isola che delle mie. Lo capisco. Quest’anno, poi, per Mauritius è stato un compleanno davvero speciale: siamo arrivati ai quaranta tondi tondi. A me manca ancora un po’…
E’ stato un percorso lungo e non sempre facile. Prima gli olandesi, poi francesi e inglesi. Tutti hanno preso molto da questa terra ma molto le hanno anche lasciato, spesso loro malgrado. Soprattutto le hanno fatto dono di una cultura ricca, talmente composita e forte da essere tollerante verso tutto e tutti. Anche se pure per questo è stato necessario un lungo cammino.
Eppure è questa la ragione per cui, nonostante le feste indiane siano più affascinanti e suggestive, quelle cinesi più colorate e allegre, quelle cattoliche più vicine alla nostra sensibilità, la vera festa di Mauritius è proprio questa del 12 marzo. Cerimonie ufficiali, concerti, feste spontanee nelle case e per le strade. Tutti gli abitanti dell’isola, festeggiando questa data, ricordano al mondo la bellezza di popoli, lingue e culture diverse che convivono in armonia.
Una indipendenza preziosa, che hanno saputo gestire con serenità e determinazione: stiamo parlando, per esempio, di uno dei pochi paesi africani ad avere valutazioni positive da parte degli organismi internazionali che vigilano sul rispetto dei diritti umani. Non mi pare poco.
Non siete d’accordo che è una coincidenza di date di cui andare davvero orgogliosi?
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