Aapravasi ghat, tra terra e mare
Gli occhi faticano ad abituarsi all’oscurità. La testa e lo stomaco sono ancora sottosopra dopo la traversata in mare. L’odore dei corpi ammassati nello stanzone è pungente. Le voci che si sentono parlano mille lingue e dialetti diversi e finiscono per confondersi in un brusio indistinto. Il cervello si rifiuta di concentrarsi su questa nuova realtà, torna al profumo delle focaccine di miglio e alle grida gioiose dei bambini che si mescolavano nell’aria del villaggio. Dall’altra parte del grande mare. Il contrasto tra questo presente e il passato ancora così recente, è troppo doloroso. Ma non c’è via di scampo, non certo pensare a un futuro di cui si riesce solo ad avere paura.
Difficile immaginare i pensieri dei lavoratori che, intorno alla metà dell’ottocento, venivano ammassati per quarantotto ore nell’Aapravasi ghat prima di venire smistati nelle varie piantagioni di zucchero dove, per cinque anni, avrebbero lavorato in condizioni terribili. 
Lasciavano la propria terra, la propria famiglia per un lavoro. Qualche che fosse. A Port Louis un’ampia zona, che include l’area in cui, appunto, venivano temporaneamente ospitati i lavoratori stranieri destinati al lavoro nei campi di canna da zucchero, è diventata patrimonio mondiale tutelato dall’Unesco. Dell’architettura originaria solo una parte è sopravvissuta ma l’aria che si respira aiuta a rivivere un passato che ha fatto dell’ile quello che è.
E a riflettere su un paio di cosette che, forse, tanto passate non sono.
Fatevi un giro se siete da quelle parti.
E meditate, gente, meditate…
