L’anziana signora seduta sulla panchina ha dei capelli tra il turchino e il violetto come non vedevo da tempo. In mano, un enorme album da disegno su cui traccia delle linee. Mi
avvicino e vedo che sta copiando le enormi foglie della Victoria Regia, nel meraviglioso laghetto dei Royal botanical gardens di Pamplemousses. Decine e decine di disegni a matita delle foglie, alcune fiorite, ricoprono le pagine dell’album. Ha una buona mano.
Mi fermo per un po’ a guardarla e dopo qualche tempo, senza sollevare gli occhi o smettere la sua opera, mi rivolge la parola in un inglese d’altri tempi.
“E’ merito della mia famiglia, sa, se queste piante sono qui”.
Penso a Le Bourdonnais, che ha voluto questo meraviglioso parco come giardino per la propria residenza, o a Pierre Poivre, il botanico a cui l’allora governatore dell’isola diede l’incarico di realizzare il suo sogno.
Una bella storia di amicizia tra due uomini separati da vent’anni di età ma con delle forti
passioni in comune.
La bella signora fa di no con la testa, un po’ sdegnata mi risponde: “Siamo inglesi, noi”.
In queste competizioni non mi ci metto, aspetto che il suo sdegno campanilistico si plachi e che ricominci a raccontare. E infatti, puntuale, il racconto arriva.
“Il nonno di mio nonno…”. Faccio qualche rapido calcolo, la signora avrà almeno ottant’anni, quindi direi che stiamo parlando dell’inizio dell’Ottocento o giù di lì.
Insomma, l’avo della signora dai capelli turchini, come nella migliore delle tradizioni, si era perdutamente innamorato di una dama di compagnia dell’allora regina. Per quanto di nobile stirpe, aveva mirato comunque troppo alto, e la bella era andata sposa a un altro più altolocato gentiluomo. In preda alla disperazione, decise di fuggire lontano.
Si imbarcò sul primo veliero disposto ad accogliere un giovane fornito di un discreto gruzzolo e salpò per una destinazione sconosciuta.
Personalmente, resto dell’idea che, fuga per fuga, è sempre meglio decidere la meta del proprio viaggio, ma forse non sono abbastanza romantica.
Comunque, nell’interminabile viaggio per mare, il nostro cuore spezzato fece amicizia con due gentiluomini che si occupavano di una curiosa disciplina, molto cara agli anglosassoni, la botanica. La noia della traversata era tale che il nonno del nonno della nostra signora turchina finì per dedicarsi con attenzione persino ai tomi di botanica che i due studiosi avevano con sé. Quando sbarcò in prossimità del rio Amazzoni, era un esperto della disciplina da fare invidia a Linneo. Così, si unì ai due uomini nell’esplorazione della foresta vergine alla scoperta di nuove specie e, la solita fortuna del principiante, si imbatté proprio in questa meravigliosa specie di ninfee dalle foglie enormi.
Con lui la pianta tornò in Inghilterra, ai Kew gardens, e da lì si diffuse nel mondo e, grazie ai due francesi di cui sopra, anche a Mauritius, dove, per la nostra gioia, ha trovato un ambiente decisamente di suo gradimento.
La bella signora dai capelli turchini mi racconta che il suo antenato, da allora, ha sempre amato appassionatamente le piante, cui ha dedicato la propria vita, e ha trasmesso questo amore a tutti i suoi discendenti. “Però – me lo dice con tono basso e complice, come se mi stesse parlando del suo vicino di casa, e non di un uomo morto due secoli fa – non si è mai più sposato”. Sospira, da brava vecchina romantica. E io con lei.
Secondo me, la storia è troppo bella per essere vera. Ma, come ha fatto la signora con me, perché non raccontarla comunque?