Ultimo giorno di libertà a Rodrigues. Mi sveglio con una leggera malinconia all’idea di abbandonare questa vita vagabonda, assecondata dai nuvoloni che coprono il cielo. Mi metto subito in cammino, dopo avere rivestito il mio zaino con un poco elegante sacchetto di plastica, che spero protegga i miei pochi averi nel caso la pioggia si decida a cadere.
Dopo Baie aux Anglais inizia uno dei tratti più belli del percorso. La discesa verso Grand Baie riserva dei panorami suggestivi e inattesi, piccole baie dorate, piroghe bloccate in attesa dell’alta marea, minuscole case dai tetti rossi. Attraverso Baladirou e la sua spiaggia bordata di casuarine arrivo a Rivière Banane. Zona di coltivazioni: peperoncini, melanzane, lattuga, pomodori e “pipengaille”, una specie di zucchine che mangio in una squisita fricassea profumata di timo e zenzero nel ristorantino di madame Vivienne.

Dopo il pranzo e una lunga chiacchierata con madame, seguo un sentiero sulla scogliera fino alla spiaggia di Pointe Coton, dove l’unico suono è quello delle onde che si infrangono sulla barriera corallina. Costeggiando altre spiagge, una più bella dell’altra, chiudo il cerchio nella favolosa St. Françoise. L’ultima notte la passo qui, in una casa creola a due passi dal mare. Rumore e frenesia sono così lontani che mi pare impossibile che domani mi trascineranno di nuovo nel loro vortice.
Sveglia e colazione in riva al mare. La sensazione della giornata che mi aspetta è inebriante. Oggi il programma è più intenso: seguirò la costa sud dell’isola risalendo, poi, per un tratto, fino a Baie Topaze. La bellezza di questo zona è quel che si dice mozzafiato, un’immagine da cartolina dopo l’altra.
Anse Balene, Anse Rafin con le piroghe dei pescatori allineate una accanto all’altra, poi Anse Grand Var e la sua graziosa penisola. Mi fermo al villaggio di La Ferme per uno snack e per trovare una camera per la notte. Lascio lo zaino e con un bagaglio ancora più leggero, e una buona scorta di acqua, parto verso Pointe Mapou. La strada si fa sempre più stretta e l’asfalto lascia il posto alla terra battuta finché anche i sentieri finiscono nel nulla.
Capisco perché la guida definisce questo paesaggio “sontuoso”. La pianura è coperta da una vegetazione bruciata dal sole, un giallo intenso che si spinge fino alla costa, lacerata dal blu altrettanto intenso del mare che pare voler spingersi sempre più dentro la terra. Il piccolo capanno di un pescatore o i filari di polipi stesi a seccare sono l’unica traccia di vita umana. La sensazione di essermi spinta fino alla fine del mondo è forte e mi fa salire agli occhi lacrime d’emozione e di gratitudine per questa natura che sento selvaggia e amica al tempo stesso.
Stamattina niente sveglia. L’idea è proprio quella di lasciarmi andare al ritmo rilassato di Rodrigues. Mangio un po’ di frutta e mi faccio preparare un sandwich per il pranzo. La pioggia caduta mentre mi preparavo ha lasciato il posto a un sole morbido e a una luce limpida.
In pochi minuti arrivo alla spiaggia di St. François, perfetta: lunga candida e col mare turchese. Non mi stupisce che i progetti di sviluppo turistico di Rodrigues partano proprio da qui. La sensazione di camminare con tutti i miei pochi averi in spalla in questa meraviglia è la cosa che conosco che più si avvicina all’idea di libertà.
Altri pochi minuti e sono all’Anse Philibert. Proseguo per Trou d’Argent. Una piccola insenatura dove l’acqua turchina si incunea tra due pareti rocciose. Qui il primo, lungo bagno della giornata. Dopo essermi asciugata e scaldata al sole mi inoltro in un tratto di foresta che sembra uscito da un libro di favole e, al fresco, mi gusto il panino.
Ancora un tratto per arrivare alla spettacolare Anse Bouteille. Il mare, qui verde di smeraldo, entra fino alla sabbia bianca attraverso un imbocco strettissimo. Aspetto che la marea si alzi un po’ e torno in acqua, con pinne e maschera, per ammirare il reef corallino che qui è particolarmente bello.
Solo la prospettiva di una deliziosa cena creola mi convince a lasciare quell’incanto, mentre già il sole è sceso alle mie spalle. Arrivo al Mourouk Ebony Hotel che le stelle stanno ricominciando a splendere nel cielo.
Mi era rimasto in mente un articolo letto qualche tempo fa. Descriveva i cinquanta chilometri di costa di Rodrigues, ricamati da anse, baie, spiagge. Alcune facilmente raggiungibili, in auto o bus; altre per le quali bisogna prendersi un pochino di tempo in più.
Proprio quello che volevo io: prendermi del tempo in più. 
Da Milano a Mauritius e subito, in giornata, a Rodrigues. La prima notte la passo al Cotton Bay hotel, festeggiando il mio viaggio imprevisto e un po’ improvvisato. Mi raggiunge per cena un amico mauriziano, che fin da piccolo ha passato qui tutte le sue vacanze e conosce Rodrigues come casa sua. Mi aiuta a tracciare il percorso su una cartina e mi suggerisce gli orari migliori per viaggiare in accordo con le maree. Mi addormento con il profumo del mare e la sensazione delle stelle oltre il soffitto che, stanotte, mi pare lieve.
Non vi prende mai quell’ansia da stanzialità? Da solite strade e solite facce? Quel bisogno irrefrenabile di scappare, staccare, buttare all’aria la quotidianità?
A me spesso. Forse troppo, ma questo è un altro discorso… L’ultimo attacco, comunque, è stato particolarmente violento, avevo proprio bisogno di qualcosa di diverso. Tipo… Rodrigues!
La sorellina piccola delle Mascarene, con quelle baie che hanno l’aria di essere state appena abbandonate da una nave pirata salpata per chissà dove, mi è sembrata subito la risposta perfetta. Rodrigues, via dal traffico, dalla vita connessa ventiquattro ore su ventiquattro, via!
Niente valigia stavolta, solo uno zaino. Piccolo, giusto qualche maglietta, un cambio di pantaloni, una giacca a vento, costume, pinne e maschera, creme e occhiali da sole. Ai piedi le scarpe da trekking. Viaggiavo leggera. Sono stati cinque giorni speciali, nella natura quella vera, che ogni tanto ti sembra una cartolina e ogni tanto ti graffia le caviglie.
Se vi incuriosisce, vi lascio qualche riga dal mio diario, a puntate.
Quando ero piccola piccola, la televisione riproponeva una sera sì una sera no un classico del cinema western americano. Credo che venga da lì quest’aura di sogno che, come un alone luminoso, circonda, nella mia fantasia, l’immagine di me che cavalco in un paesaggio incontaminato. Temo che c’entri anche la pubblicità di un allora notissimo bagnoschiuma, ma su questo punto tenderei a sorvolare…
Qualche mese fa, durante uno dei miei soggiorni sull’île, raccontavo ad alcuni dei miei amici mauriziani di questo mio sogno infantile. Ci abbiamo ridacchiato su e, a turno, ognuno ha confessato il proprio. Il falò sulla spiaggia aiuta le confessioni come poche altre cose al mondo.
Comunque, fatto sta che, dopo un
paio di giorni, Vanshika e Antoine, che avevano partecipato alla serata, arrivano a casa mia praticamente all’alba e mi rapiscono. Dopo un paio d’ore sono su un bellissimo cavallo, in mezzo a una foresta tropicale di ombre e profumi che ogni tanto si apre su panorami che mi tolgono il respiro. E’ il Domaine de l’étoile, nel cuore verde dell’isola.
Io, adesso, ci torno ogni volta che posso, per vivere il mio sogno di bambina. Ve lo consiglio anche a piedi, organizzano bellissime escursioni; o in mountain bike; o, se proprio non potete fare a meno dei motori, in quad. Andateci anche solo per pranzare e rilassarvi in un angolino davvero speciale, tra cervi di Giava, uccelli rari e ruscelli canterini.
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