Mio malgrado sono una persona facilmente impressionabile.
Tanto per dire, non ho mai visto nemmeno una puntata di quei telefilm in cui ci sono ospedali, medici, camici insanguinati, per quanto gaudenti, e quant’altro. Così, quando un amico mauriziano mi ha invitata ad assistere ai grandi festeggiamenti per il Thai Pousam Kavadi, una delle più popolari e importanti feste della comunità hindu, ci ho pensato su parecchio.
Uno dei momenti clou della cerimonia prevede, infatti, che i fedeli si facciano trapassare la pelle di varie parti del corpo, e alcuni anche la lingua, da grandi spilloni a forma di lancia, a ricordare l’inseparabile arma del dio Mourouga, in onore del quale la festa si svolge.
Alla fine, però, la curiosità ha sempre la meglio, così ho accettato.
Si tratta di una festa di enorme importanza sull’isola, celebrata in modo ancora più grandioso e con partecipazione più sentita di quanto non avvenga nella stessa India.
I preparativi iniziano dieci giorni prima del giorno stabilito, fissato di anno in anno ma sempre tra gennaio e febbraio, i fedeli digiunano e pregano per purificare il proprio spirito.
Ogni giorno si recano al tempio per portare offerte alla divinità: noci di cocco, frutta, legno di canfora, bastoncini di sandalo, acqua profumata o colorata con zafferano, olio e cenere sacra.
Lavano le statue con acqua e latte, le vestono e coprono di gioielli. Il tutto è compiuto nel più profondo silenzio; solo alla fine, i fedeli intonano gli inni sacri, punteggiati dalle grida di Arohara, sia gloria a dio!
La notte prima della festa assisto alla preparazione del kavadi di un cugino di Arumugam. Una struttura di legno e bambù, abilmente decorata con foglie verdi e fiori di ogni colore.
All’alba del decimo giorno, dopo le abluzioni di purificazione al fiume, cinti i fianchi di una stoffa del colore dello zafferano e con la fronte, le spalle, i polsi e il petto segnati dalla cenere sacra, il cugino del mio amico e gli altri fedeli partono in processione.
Gli aghi infilzati nella loro pelle formano dei motivi elaborati. Il tempo sembra immobile; i passi dei libri sacri letti ad alta voce, le grida di gloria e penitenza, anche il caldo
torrido aiutano a creare un’atmosfera sospesa. Come straniera non posso partecipare alla processione ma anche solo assistere al passaggio delle centinaia di kavadi sulle spalle dei fedeli assorti in preghiera è impressionante.
Mi riunisco a Arumugam e alla sua famiglia alla fine della processione, nel cortile del tempio, dove viene distribuito a tutti un semplice pasto vegetariano, prima della grande cerimonia con cui si chiede a Mourouga di spandere la propria benedizione sul mondo intero e sugli abitanti di Mauritius.
Tornando verso casa, parenti e amici aiutano il cugino di Arumugam a portare il suo kavadi e, insieme agli altri fedeli, inscenano una sorta di danza in cui queste specie di tempietti di foglie e fiori vengono fatti ondeggiare per esprimere la gioia e il trionfo sulle proprie paure e sui propri desideri.
Adesso, non vorrei chiudere con la morale, come le favole di una volta, però… prendermi il tempo per seguire tutte le fasi del rito, per cercare di capire, e di “sentire”, ha fatto si che spilloni e scene splatter assumessero un rilievo e un significato diverso. Mi ha aiutato a rompere qualche barriera mentale e culturale, forse. Insomma, avevano decisamente ragione Arumugam e la mia curiosità!
*a very special thanks goes to Caroline Hocquard and Andrea Balzarini, from Flickr community, for their beautiful pictures and for the possibility to publish them on my blog