Flic en Flac è incantevole, come sempre.
La giornata è di quelle che preferisco per stare in spiaggia: calda ma con delle nuvolette all’orizzonte che so porteranno prima o poi un rinfrescante acquazzone che lascerà il cielo più azzurro e il mare più turchese di prima.
E infatti, puntuale, la pioggia, colore dell’argento, arriva.
Ne approfitto per trasferirmi in uno snack bar a due passi per uno spuntino. Mentre sgranocchio una piccola montagna di fumanti gatò piment annaffiandoli con della birra fresca, si siede al tavolo accanto un ragazzo dall’aria simpatica. Ragazzo… temo di aver preso l’abitudine di mio nonno che chiama “ragazzo” chiunque abbia un’età anche di pochi mesi inferiore alla sua che, per la cronaca, è 93 anni. Comunque… scopro che questo giovin signore è italiano e iniziamo a chiacchierare.
Mi racconta una storia che, almeno a tratti, conosco molto bene. La prima vacanza a Mauritius, poi un’altra e un’altra ancora, a distanza sempre più ravvicinata, con l’isola che gli è entrata sotto la pelle senza che lui quasi se ne accorgesse. E poi la vita in Italia che comincia a stare stretta, il grigio della città, l’ufficio, sempre uguale, tutti i giorni, la gente arrabbiata già di prima mattina, il traffico, la vita sempre più cara e il tran tran che appare sempre più insensato.
“Una mattina – mi racconta – mi sono svegliato e la giornata che mi aspettava mi si è parata davanti in ogni minimo, noioso dettaglio ancora prima che aprissi gli occhi. Avrei voluto restare sotto le coperte con gli occhi chiusi finché non fosse passata, ma sapevo che il giorno successivo sarebbe stato uguale. Allora mi sono detto che così non poteva proprio andare avanti.” Si ferma un istante poi riprende: “Ho chiesto un’aspettativa sul lavoro e sono venuto qui, all’inizio con il classico visto turistico di sei mesi. Non sarebbe stato male avere 500mila dollari per comprarsi una di quelle famose ville che il governo costruisce e ti vende insieme al permesso di residenza di dieci anni rinnovabile ma purtroppo sono uno di quelli che devono vivere per lavorare…” Mi guarda sorridendo e capisco che, in realtà, lavorare per vivere non gli dispiace affatto, per lo meno qui a Mauritius.
“A dire il vero non avevo ancora deciso – continua, spostando birra e samosa sul mio tavolo –, volevo guardarmi un po’ intorno, capire se davvero la vita qui facesse per me. Mauritius è meravigliosa ma un conto è una vacanza, anche se lunga. Altra cosa vivere in un paese nuovo… è comunque una bella svolta, volevo essere sicuro di quello che facevo…”.
Paolo, così si chiama il giovin signore, ha una certa abilità a guardarsi intorno, non c’è che dire. Nel giro di poco tempo fa un mucchio di conoscenze, sente il vento che tira e, alla fine, presenta al governo mauriziano un progetto per aprire una nuova attività. Il governo, qui, guarda con un certo favore agli stranieri che decidano di fondare sull’isola società che aiutino il paese a percorrere nuove strade in settori industriali o artigianali ancora non sfruttati, e concede loro un permesso di tre anni rinnovabile. Certo, il progetto deve essere molto solido e non è cosa che si improvvisi ma si può fare, e questa storia ne è un bell’esempio.
“Siamo partiti da poco più di un anno – conclude – e le cose vanno davvero bene. Ma soprattutto – mi dice mentre con la mano indica la baia che risplende sotto i raggi del sole riapparso – quando mi sveglio la mattina mi affretto ad aprire gli occhi: dalla mia stanza vedo questo…”.
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