La dolcezza dei Tropici… da secoli lo zucchero è legato alla storia di Mauritius (e vi ho lungamente descritto questo argomento.. appiccisoso! in alcuni miei post tempo fa)… ebbene, ho da poco scoperto che sull’ile c’è un negozio che trasforma questo ingrediente in arte.
Il Poivre D’or è una boutique gastronomica dall’atmosfera un po’ vintage dove è facile farsi tentare da zucchero in tutte le sue forme: praline, zucchero grezzo, in cristalli su cucchiaini da far sciogliere nel tè, in polvere o a velo, in zollette, liquido, e di tutte le varietà che potete pensare: aromatizzato, scuro, grezzo, raffinato…
Ma non solo: Poivre d’Or annovera fra i suoi scaffali marmellate, miele, gelatine di frutta, spezie, caramelle e mille varietà di tè mauriziano. Tutti prodotti 100% naturali e 100% esotici, prodotti seguendo ricette tradizionali che valorizzano la ricchezza del patrimonio locale e, naturalmente, tutti rigorosametne Made in Mauritius!
Datemi tempo che ci arrivo… in fin dei conti la Bit è stata solo… ehm… uno, due… beh, qualche mese fa…
Forse qualcuno di voi si ricorderà che, in quell’occasione, avevo rincontrato un amico, mio e del blog, Stefano Fontanesi, che mi aveva mostrato la classe in un grano di sale. Quello specialissimo sale, il fiore di sale, che consiste nello strato superiore delle saline raccolto rigorosamente a mano. Comunque, nella mattinata eravamo riusciti a fare quattro chiacchiere, gli avevo chiesto di raccontarmi un altro pezzo del suo particolarissimo sguardo da wonder-chef su Mauritius.
Vita impegnata, quella del “nostro” wonder chef!
Si comincia prestissimo, con il primo sopralluogo in hotel già intorno alle 7 e mezza, per decidere cosa mettere nella lista della spesa del giorno. Poi una riunione con la direzione per valutare i risultati della giornata appena trascorsa, mettere a punto i progetti per il futuro, essere informato sulla presenza di super vip tra gli ospiti e pianificare il lavoro. Stefano ama offrire ai suoi clienti un servizio tagliato su misura, quindi Natale ortodosso per i russi, cucina vegana o cucina senza glutine per i celiaci e poi la Pasqua ebraica… Per non parlare dei clienti indiani che viaggiano con il cuoco personale al seguito! Verso le dieci e mezza, le informazioni vengono trasferite al suo reparto e può finalmente entrare in cucina, a verificare che tutto proceda per il meglio. Se le cose vanno per il verso giusto, mentre gli altri gustano le sue delizie, lui si dedica alle pubbliche relazioni. Vi sembra abbastanza? Anche a me. Ma a lui no.Nel pomeriggio e in serata: appuntamenti con i clienti, corsi di cucina e altre iniziative dell’hotel. Per cena, assaggia volentieri la cucina degli amici al ristorante del Telfair, alla Rhumerie o da Madame D’Alais. Di notte spero che dorma ma sospetto che l’instancabile wonder chef traduca libri di cucina dall’aramaico al creolo!
Mi aggiravo tra le bancarelle del Mercato centrale a Port Louis. Frutta, verdura, carne, magliette, tè, pesce, strani aggeggi di cui faticavo a immaginare l’uso… Il mercato è vivace, pieno di curiosità e colori quanto si può desiderare da un mercato. Quanto agli odori, quel giorno per me restavano insondabili. Mi ero trascinata un brutto raffreddore dall’Italia che il viaggio in aereo non aveva fatto che amplificare e me ne andavo in giro tossicchiando e starnutendo, con gli occhi arrossati e lacrimosi. Insomma, una cosa proprio brutta da vedere.
A un certo punto, da dietro un banco coperto di foglie e tuberi, una signora anziana e magrissima, contorta come una delle radici che vende, pronuncia delle parole misteriose: “Patte poule piquant”. Rivolgo lo sguardo intorno, ma no, ce l’ha proprio con me. La guardo perplessa. Il sorriso è troppo gentile, non sta prendendo in giro la povera turista malconcia, decido. Ricambio il sorriso e inarco quanto possibile le sopracciglia per rendere ben chiaro, ci fosse qualche dubbio, che non ho capito di cosa stiamo parlando.
Lei mi fa cenno col capo di avvicinarmi e mi porge una manciata di foglie. Continuo a guardarla perplessa. Rovista un po’ tra i sacchi di tela e mi ficca in mano altre foglie, citronella, questa è più facile, e un pezzetto di zenzero. A gesti, devo avere l’aria talmente stordita che non le passa nemmeno per la testa che io possa arrangiarmi con il creolo, mi spiega di farne un decotto e berlo.
Sorrido, ringrazio, infilo tutto nella borsa e me ne dimentico.
L’episodio mi torna in mente la notte, mentre mi aggiro per la stanza incapace di prendere sonno a causa della tosse, a cui si sono aggiunte alcune linee di febbre. Sia quel che sia, facciamola finita!, penso. Faccio bollire l’acqua, ci aggiungo le piante della mia signora e, senza pensarci troppo, ingollo la pozione. Mal che vada si rivelerà una pianta velenosissima e morirò tra atroci spasmi.
Invece, a parte il sapore davvero gradevole della tisana, la gola inizia subito a pizzicare di meno. E anche il respiro si fa più facile. Finalmente riesco a prendere sonno.
La mattina dopo, sentendomi un po’, nel mio piccolo, una miracolata, passo a trovare Claude, fa il botanico e l’erborista a tempo perso, proprio qui a Mauritius ed è la persona più adatta a svelarmi il mistero delle foglioline.
“Toddalia asiatica”, mi spiega infatti senza esitazione. E mi snocciola informazioni su informazioni su questa magnifica pianta, che cresce sull’ile, nelle isole dell’Oceano indiano e in altre zone dell’Africa. Si tratta di un rampicante dalle foglie lucide che produce bellissime infiorescenze e delle piccole bacche che, mature, sono di un arancione caldo e hanno il sapore della scorza d’arancia. La lista delle sue virtù non si limita alla banale cura della tosse ma in alcune zone è usata addirittura come anti-malarico. Chi non si fida delle virtù medicinali delle piante può sempre impiegarla come siepe, ha un aspetto davvero gradevole ed è fornita di robuste spine che aiutano a tenere lontani i visitatori poco graditi.
Uscita dalla casa di Claude, torno subito al mercato per ringraziare la mia benefattrice. Giro e rigiro per lo spiazzo, le bancarelle di erbe medicinali sono numerose qui, cerco e ricerco, torno più volte sui miei passi, eppure, della mia vecchina, neanche l’ombra. Dopo quel giorno sono tornata spesso in quel mercato, ma non c’è stato niente da fare, non l’ho mai più rivista.
La mia carissima amica Alessandra è tornata da pochi giorni da Mauritius.
Le avevo consigliato un paio di posti e le avevo raccomandato, tra l’altro, di non perdersi l’esperienza di una cena al ristorante diretto da Stefano Fontanesi.
Mi piace fare incontrare tra loro le persone che mi piacciono.
Se poi ci aggiungete la fama di Fontanesi e della sua cucina “mediterranea fusion”, come dicono quelli che ne sanno, immaginerete che non è stato difficile convincere Alessandra a portargli i miei saluti. Appena rientrata è passata a trovarmi.
Oltre a raccontarmi del suo incontro con l’ile, ha pensato bene di raccontarmi per filo e per segno la sua cena al {{post id=”basta-capirsi%e2%80%a6″ text=”Dinarobin” target=”_blank”}}, con tanto di documentazione fotografica dei piatti. Per il mio bene ho parzialmente rimosso il menù ma mi ricordo distintamente una tartare di dentice alla frutta e peperoncino tropicale e un tonno marinato scottato in prosciutto di Parma con purè di patate dolci allo zenzero.
Ora, io ad Ale voglio bene, e l’invidia è un brutto sentimento, però… santo cielo! Il mio pranzo è stato un cappuccino con brioche al bar qui sotto!
Julienne di cuori di palma alle bacche rosa; insalata di frutti di mare profumata con zenzero candito servita in un mezzo cocco; leggero curry di pollo con gamberetti del Madagascar con chutney di pomodori, riso basmati e achard di verdure; crème brulée al profumo di fiori d’arancia con sorbetto al mango e spiedino di ananas flambèe con rum dell’île. Alle pareti dipinti di Maniglier, che forse non vi dirà niente, ma è stata l’ultima allieva di Matisse, che insomma… In una delle sale, una biblioteca con un ricchissimo fondo sull’artista parigina e un’interessante raccolta di volumi sull’arte contemporanea.
Il tutto raccolto nella strepitosa cornice di un autentico mulino della prima metà dell’Ottocento. Interamente costruito in pietra lavica e legno mauriziano. Ristrutturato, arredato e fatto vivere con grazia e buon gusto da artista da Jocelyn Gonzalez.
Ristorante? Fondazione d’arte? Dimora-museo? Centro di studi e ricerche?
Si, si, si e ancora si.
Cercate di arrivarci verso sera, quando le luci rendono ancora più mosso il profilo del bellissimo edificio nei dintorni di Trou d’Eau Douce, e fanno brillare la piscina, che si incunea tra le rovine di una parte dell’edificio graziosamente decadente. Se decidete di concedervi una serata al Cafè des arts, preparatevi a qualcosa di veramente speciale, in cui tutto ma proprio tutto concorrerà a ricordarvi che i sensi sono cinque.
O erano sei?
p. s. Per i più precisini, che non si accontentano della suggestione delle parole e hanno perso qualche puntata precedente: l’achard è un condimento piccante a base di pezzetti di frutta e verdura lasciati marinare in una salsa speziata mentre il chutney è una salsa, che si accompagna a piatti di carne o pesce o si consuma con il pane, a base di spezie e frutta. Entrambi provenienti dalla cucina indiana, sono diffusissimi a Mauritius.
Pulisco accuratamente il polpo. Lo cucino per un quarto d’ora nel suo succo, spolverandolo di pepe nero e chiodi garofano macinati. Intanto scaldo l’olio, ci metto la cipolla tritata, l’aglio e lo zenzero schiacciati e alcune foglie di timo.
Quando tutto è dorato e il profumo inizia a diffondersi per la cucina aggiungo la passata di pomodoro e lascio sobbollire per una mezz’ora.
Unisco il curry, le foglie di coriandolo tagliuzzate grossolanamente e aggiusto di sale.
E’ arrivato il momento di versare nella padella i piccoli, rosei, pezzi di polpo.
Un po’ d’acqua calda e lascio cuocere ancora, senza fretta, per un’altra mezz’ora.
Poi trasferisco il curry di polpo in un piatto tiepido, accompagnato da una piccola montagnola di riso bianco cotto al vapore.
Essere lontani dalle persone che sono importanti nella tua vita, a volte è davvero difficile.
Questo è stato il mio personalissimo rito per ricordare la nonna di Vivek, che fingeva di non inorgoglirsi quando le dicevo che il suo era il miglior cari ourite del mondo e che sapeva raccontare le mille piccole storie di Mauritius come nessun altro.
Però il creolo è proprio un pochino dispettoso.
Come sapete ho una grande simpatia per la cucina, e per alcuni cuochi.
Quindi quando ho scoperto che al Dinarobin Stefano Fontanesi organizza anche un corso di cucina creola non me lo sono fatta ripetere due volte.
Certo, avrei potuto aspettare che si formasse un gruppo di persone sufficiente ad avere il corso in italiano. Ma poi, tutto sommato, perché, quando potevo invece confondere allegramente tutti i nomi delle spezie in inglese, francese e, soprattutto, creolo!?!
Per esempio “ti l’anis”? facile, no? Anice! E invece no: cumino!
Riproviamo: “safran”. Altrettanto facile, no? Esatto, infatti vuol dire… curcuma!
“Gingeli”? Ormai non ci cascate più, non è lo zenzero ma il sesamo.
“Kanel”? Si, ok, questa è proprio la cannella.
Comunque, occhi e naso mi hanno aiutata dove il cervello non ce la faceva, poveretto anche lui! Quindi alla fine della intensa e fruttuosa mattinata avevamo cucinato le squisite frittelline al peperoncino che trovate in vendita anche per la strada un po’ ovunque, dei samosa alle verdure (che a me piace intingere, ma non ditelo a nessuno che non ho ancora capito se è consentito dalla cucina mauriziana, nell’achard di verdure e nel chutney di pomodori, anche loro presenti all’appello della lezione), la zuppa di pesce alla creola e il curry di pollo con gamberetti. Ah! Ovviamente anche l’immancabile rougaille, di cui ho già scritto. Un po’ l’equivalente della nostra pasta al pomodoro, quanto a diffusione sulle tavole mauriziane. Il tutto gustato, al termine, in un divertentissimo pranzo con lo chef.
Risultato finale eccellente, merito dell’insegnante e non dei discepoli. Che se ne sono tornati alle loro casette con un bel fascicolo di ricette da provare ad altre latitudini e un simpatico grembiule da cucina firmato Dinarobin.
E per le difficoltà con il creolo… mia mamma me lo diceva sempre: “non si parla con la bocca piena!”.
Il video è uno spot del Dinarobin, che comunque è sempre un bel vedere, e c’è anche una bella inquadratura di Stefano sorridente
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